"Notre-Dame de Paris 15.04.19”, photographs by Martin d’Orgeval

18 March 2022  > 28 August 2022 Exposition

Two years ago, shortly before 7 p.m, our eyes converged in the same direction.

Per il testo in italiano scorri verso il basso

  

English version of the text presented in the exhibition

Chroniclers of Destruction

 

What I see here are paintings rather than photographs. I see murals painted upon the surface of a conflagration.

In some Renaissance paintings one senses an incursion of silence, as in certain Annunciations before the messenger speaks.
In The Wedding at Cana by Paolo Caliari, otherwise known as Veronese, the guest at the heart of the feast has turned vessels of water into wine. The music fades away, voices fall silent. The transformation of one liquid into another imposes the extinction of sound. In this immense painting, over fifty metres square, silence enters and envelops the ongoing miracle in solemnity.

I felt this acoustic effect in Martin d’Orgeval’s photographic compositions with the cathedral burning across the river.

A group of figures stands in the foreground. They have been neither gathered nor assembled there. In the image, as huge as The Wedding at Cana, we witness a congregation, each figure separated from the other at a distance appropriate to a ritual.
The smoke rising vertically shows that even the wind has stopped.
The city’s din has been swallowed alive.
Pensive, chained by silence, the onlookers reflect on ancient bonfires. Each fire contains its predecessor. Each fire is Troy. Each is an Auto-da-fé of books in the city square imposed by some deluded tyrant intent on cleansing the world of words.
Each fire contains the immolated bodies of Joan of Arc and Giordano Bruno. 

Turner painted London as a torch reflected in the Thames. In Paris, the fire is seen from the viewpoint of a witness to the triumph of emptiness over the full, amidst collapsing pinnacles and spires.
There is an inner resignation to matter that humans neither understand nor admit to. We insist on resuscitation, clearing ruins to rebuild and re-inhabit.
It is the obstinacy that results in houses and churches being built upon the slopes of volcanos and which denies fire the right to the final draft. Let ashes not be the last word.
It is what happens in wars when population centres are bombarded, where no stopwatch can measure the duration of the moments of cessation. It is up to the individual to mark these intervals in deep breaths.

In these pictures, bodies punctuate lines of abstract geometry, a Kandinsky composition.
At the end of a road that narrows in perspective, smoke whitens the air. It rises like incense spreading in the exposed nave. Lightning from within ignites the cathedrals rafters, burns its forest of beams at the ceiling.

Martin d’Orgeval leaves his home unsummoned. He goes to the river like a painter from his studio, to dip his brushes in the open air. He goes to meet the fire that has besieged every city in the world.
In the one where I come from, the fire roars like an avalanche down the slopes of a volcano. The inhabitants line up behind the statue of a saint to confront the fire in battle procession. What viewpoint would Martin d'Orgeval have taken, on what scale, large or small, had he inhabited Naples during an eruption?
Artists of the past kept their distance and painted nocturnal scenes to lend the furnace the added value of illumination.
He on the other hand breaks ranks with the onlookers and moves away to focus on them, making them the centre of the story.

At first sight in the large exhibition space, one sees enlargement, but the work is intensely opposite. It is the reduction of an event to the formula and format of a narrative. It is a model of the effort made by humans during and following every disaster and loss.

Where fire devours matter and turns it to smoke, Martin d'Orgeval extracts a fever of grey from the body of light. It is not a colour; it is not a mix of black and white. The grey of the fire is a gas of fibres thrown into the air.
Here it is saved from dispersion. The ash will be swept away, but here the grey is retained and becomes a handkerchief waved in farewell.

In certain details, the silhouette of the witness becomes precise. Its presence fixed on the retina to enter the vast narrative repertoire. The subject is already elaborating the words with which to give an account.
Television footage discloses the fire, reducing it to a montage of sequences. It is left to the individual to create a decisive and subjective composite of the whole.

A single story needs a thousand different voices to tell it.
Here, Martin d'Orgeval offers his citizens the document that enrols them as chroniclers of destruction. 

Erri De Luca

Translated by Christian Rutherford

 

 

 

I narratori della distruzione.

Qui vedo quadri, non fotografie, vedo affreschi sopra l’intonaco di un incendio.

In qualche pittura del Rinascimento si avverte l’irruzione del silenzio : in qualche Annunciazione, prima che il messaggero parli. 
Nelle Nozze di Cana, di Paolo Caliari  il Veronese: nel pieno della festa l’invitato al centro trasforma nelle anfore acqua in vino. La musica va a spegnersi, le voci ammutoliscono. Il passaggio da un liquido all’altro impone l’estinzione del sonoro. Nell’immenso dipinto, oltre cinquanta metri quadrati, entra il silenzio e avvolge di solennità il prodigio in corso.

Ho avuto questo effetto acustico coi quadri fotografici di Martin d’Orgeval dove la Cattedrale arde di là dal fiume.

Il primo piano allinea un insieme di persone: non è folla, non è assembramento né assemblea. Nell’immagine vasta come le Nozze a Cana si svolge un raccoglimento. Ogni persona sta separata dall’altra, a distanza di chi presenzia a un rito. 
Dal fumo che s’innalza verticale si vede che anche il vento si è fermato.
Il frastuono della città è inghiottito vivo.
Assorte, incatenate dal silenzio, le persone pensano a roghi antichi. Ogni incendio contiene i precedenti. Ogni incendio è Troia, ognuno di essi è autodafè di libri condannati in piazza dal tiranno illuso di togliere dal mondo le parole.
In ogni incendio brucia il corpo di Giovanna d’Arco, di Giordano Bruno.

Turner dipinse Londra, una torcia riflessa nel Tamigi. 
Qui l’incendio è piantato nel punto di vista di chi assiste alla presa di potere del vuoto sopra il pieno, tra pinnacoli e guglie sprofondate. 
C’è una rassegnazione interna alla materia che la persona umana non intende né ammette. Si ostina a rianimare, sgomberando rovine per innalzare, riabitare ancora. 
È l’ostinazione che fonda case e chiese alle pendici dei vulcani e nega al fuoco il diritto all’ultima stesura. Che non sia la cenere l’ultima parola.
Succede nelle guerre, nei bombardamenti a bersaglio di centri abitati, dove il cronometro non può misurare la durata degli attimi sospesi. Spetta alla singola persona scandire col respiro pesante gli intervalli. 

In questi quadri i corpi sono punteggiatura di linee dentro una geometria astratta, una scenografia di Kandinsky. 
Nel fondo di una via che si restringe nella prospettiva, un fumo sbianca l’aria. Sale come l’incenso, sparso nelle navate scoperchiate. Si consuma l’invettiva del fuoco contro l’edificio. Un fulmine di dentro infiamma le travature della Cattedrale, arde la foresta dei suoi alberi al soffitto.

Martin d’Orgeval esce di casa, convocato da nessun appello insieme agli altri. Va al fiume come un pittore fuori di atelier, per intingere il ciuffo dei pennelli nell’aria spalancata. Va all’incontro col fuoco che ha assediato ogni città del mondo.
In quella da cui vengo, l’incendio scroscia a forma di valanga lungo i fianchi del vulcano. 
Gli abitanti schierati dietro la statua del Santo gli andavano incontro a sbarramento, in processione di battaglia. Cos’avrebbe fissato, in quale scala d’ingrandimento o miniatura, se fosse uno di Napoli durante un’eruzione, Martin d’Orgeval?
Gli artisti di quei tempi inquadrarono scene da lontano, notturne per dare alla fornace il valore aggiunto dell’illuminazione. 
Invece qui lui rompe la riga degli allineati, si discosta per metterli a fuoco, formula  di fotografia che qui suona blasfema, eppure sono loro i messi a fuoco, al centro del racconto.

A prima vista nel grande spaziodell’esposizione si vedonoingrandimenti, ma l’opera è intensamenteopposta. È la riduzione di un avvenimento a formula e formato di unanarrazione. È a ricalcodellosforzofatto dalla specieumanadurante e dopoognidisastro e perdita.

Dove il fuocodivora la materia e la trasforma in fumo, Martin d’Orgeval estrae dal corpo dellaluce la febbredelgrigio. Non è un colore, non è incrocio di nero con bianco. Il grigiodell’incendio è gas di fibre scaraventate in aria.
Qui è salvato dalla dispersione. La ceneresaràspazzata via, qui il grigio è trattenuto e diventa il fazzoletto agitato da un addio.

In qualche dettaglio si precisa la sagoma del testimone. Il suo atto di presenza si fissa nellerètine e già entra nel vasto repertorio della narrazione. Già sta elaborando le parole con cuiriferire.
Le riprese televisive divulgano l’incendio e così lo riducono a montaggio di sequenze. Spetta al singolo la sintesi decisiva e soggettiva che contiene l’insieme.

Una sola storia ha bisogno di mille voci differenti a dirla. 
Qui Martin d’Orgeval offre ai suoi cittadini il documento che li iscrive all’albo dei narratori della distruzione.

Erri De Luca

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